"Neo, the Matrix has you" - Prima Parte

"Neo, the Matrix has you" - Prima Parte

“Neo, the Matrix has you”

Lettera del 2005 agli allievi Cinture Nere - PRIMA PARTE

In questi ultimi tempi, la mia visione del mondo è piuttosto cupa. Ovunque vedo ignoranza, tanta ignoranza, penosa ignoranza, spaventosa ignoranza. Ignoranza…voluta? Forse da quando il mondo è mondo moltissima gente fa delle cose e non sa, alla fin fine, perché le fa. Così con le arti marziali… si fanno per mille ragioni, ciascuna valida occasionalmente al cultore di turno, in altre parole: al praticante comune, quello che fa il Tang Su Do perché si trova la palestra sotto casa; o chi folgorato dai film di Bruce Lee corre ad iscriversi in un corso di Kung fu; o ancora un altro che si allena nel Ju-do per difendersi efficacemente dalla suocera; o perché l’analista gli ha indicato che l’imparare a tirare calci e pugni come nella Thai boxe lo aiuteranno a riscattarsi dal complesso da Rocky II, cosicché liberatosi dal trauma non si sveglierà più nel cuore della notte gridando: “Adrianaaa, c’è l’ho fatta…ti amooo!”                                                                                                   
Così la maggior parte della gente, forse da sempre; ciascuno avrà una giustificazione che segnalerà perentoriamente la banalità della sua motivazione e la pochezza del suo mondo. “Disgustoso, Mr. Anderson” direbbe Mr. Smith, il 007 digitale del film Matrix (1999).

Ma non ci sarebbe d’allarmarsi se la maggioranza non sa perché frequenta una palestra o un corso di arti marziali – che del resto è per loro la stessa cosa –, ignoranti che il dojang è un tempio del corpo e dello spirito, e non una mera palestra! Figuriamoci scandalizzarsi perché dei genitori portino i loro bimbi “in palestra” non sapendo un’H di cosa verrà loro insegnato? Certo, non parliamo qui di programmi tecnici: di quel calcio “tirato così” o sull’efficacia di “quella” leva al braccio, affermiamo che costoro non sanno nulla sui contenuti formativi né sulla finalità della nostra disciplina e, non avendone neppure un’idea approssimativa dei fatti essenziali, non possono sapere perché realmente fanno o portano i loro figli a fare arti marziali, che del resto considerano “sport”!       
È da scandalo questo? È scandaloso che la gente non sappia, cioè che ignori lo scopo reale delle arti marziali? ... ma va’?!                                                                                     

Lo scandalo è tutt’altro ed è all’origine d’ogni fatto umano. Riguarda il problema della conoscenza. La questione della conoscenza rimanda a quella della verità. Giacché si può conoscere il vero quanto si può conoscere l’apparente e confonderlo col vero, cadendo così in errore. Innanzitutto c’è da segnalare che ci sono diverse vie che portano alla conoscenza. Le più attinenti all’uomo ordinario sono la conoscenza sensibile (comune con le piante e con gli animali) e quella razionale, inerente solo al genere umano. Con la prima distinguiamo la verità o falsità di qualcosa tramite l’esperienza che ci apportano i sensi; ad esempio: per sapere la differenza fra il fuoco fatuo e quello vero gli tocchiamo con mano (senso del tatto) o esponiamo un foglio di carta sulle fiamme: se brucia lo notiamo con l’odore e con la visione della combustione. Quello vero distrugge l’oggetto, quello fatuo no. Tale è la conoscenza sensibile.                                       
Quindi c’è un primo modo di conoscere, residuo perfezionato dei regni vegetale e animale che sostanziano la nostra natura corporea e che chiameremo sensibile od “empirico”, poiché generato dall’esperienza (in greco empireia) raccolta dai sensi.  La conoscenza empirica ha sede in quella parte dell’anima umana definita come “senziente”.                                                                                                                                               

La conoscenza razionale, invece, si avvale originariamente di quella sensibile – o empirica – ma è propria della facoltà intellettiva (o anima razionale) e della sua struttura dinamica a cui si dà il nome di “logica”: l’arte e la scienza del pensiero in quanto pensato. Se le leggi della logica si pronunciano alla nostra ragione con un “no” significa che l’oggetto d’indagine, il presupposto da noi sottoposto a giudizio, è falso. Come esempio di conoscenza razionale per antonomasia ci sono le scienze fisico-matematiche che condussero alla fissione dell’atomo (quindi all’energia atomica) e alla scoperta di alcuni pianeti sconosciuti del nostro sistema solare; merito di pure elucubrazioni intellettive sostenute da calcoli matematici.                                                            Tale fu il caso di Keplero che, con le sue teorie diventate poi leggi, ipotizzò l’esistenza di Plutone; con i soli calcoli matematici egli anticipò di qualche secolo l’avvistamento telescopico del pianeta, avvenuto nel 1930. Che non è altro lo scopo della scienza: oggettivare il conoscere sensibile con risposte logiche che ci consentano di conoscere le cause vere – i “perché” – dei fenomeni naturali. Conoscerli per poterli dominare e ripeterli a volontà, anticipando nuove scoperte con la sola ragione (come fece Keplero), e da queste ricavarne dei benefici tecnologici con cui rendere la vita più facile. Non a caso nel Medioevo gli scolastici definivano la verità come adequatio intellectus ad rem, cioè l’adeguamento (veritiero) del pensiero alle cose fisico-sensibili. Dunque per loro la verità dei fatti del mondo si otteneva con il concorso di due conoscenze: quella sensibile e quella razionale. La verità spirituale, per contro, apparteneva alla sola fede. Motivo per cui la Scolastica tradizionale demarcava le distanze tra la verità di fatto, la verità di ragione e la verità di fede; quindi la conoscenza del vero rimaneva separata in tre ambiti che spesso e volentieri non raggiungevano l’identità, restando quindi incapaci di sfociare nell’unica Verità.    Avete presente l’immagine di tre fiumiciattoli che vanno a finire in mare? Bene, la similitudine rende il discorso più accessibile: su ciascuno dei fiumiciattoli navigano tre barche, l’una simboleggiando l’esperienza, l’altra la scienza e la terza la fede.              Possiamo congetturare un quarto stadio di conoscenza per l’uomo futuro, l’uomo nuovo: “Neo” Anderson, appunto. L’eroe del nostro film.           

La sua verifica del reale non si limiterà all’esperienza del mondo fisico sensibile (o naturale), né all’ottusità di una “scientificità” sospettosa di tutto quanto non sia verificabile coi metodi convenzionali di laboratorio, spazierà invece nel sovrasensibile ed oltre: nel soprarazionale. Questa novella condizione umana si avvererà quando una terza parte dell’anima, ora potenziale, germoglierà dal suo letargo: l’anima cosciente. Con essa compariranno gradualmente nuovi sensi, sottili facoltà animiche capaci di percepire i dati provenienti dal mondo sub-sensibile, come il ki (o prana) o le forme e i colori sovrasensibili dei mondi delle emozioni e dei pensieri. Infatti, sarebbe improponibile analizzare la natura dei sentimenti o dei pensieri, per dire, con un microscopio atomico! E allora per verificarli occorreranno altri strumenti di misura, certamente inconsueti, in ogni caso non materiali.                                                                                                                                
L’anima cosciente, sede dell’io vero, ritroverà inoltre l’agognata unità di fede, esperienza e ragione. In tale occasione l’essere umano veramente saprà il perché d’ogni cosa, evento o persona. Saprà la Verità perché penetrerà nel mondo delle essenze, il mondo Reale. Spazierà nel mare aperto, mai più su fiumi separati (“inevitabile, mr. Anderson”, direbbe l’agente Smith).

Torniamo, però, al nostro argomento iniziale. Generalmente il pubblico non sa molto di niente: né del senso finale né del significato profondo di nulla. Sa soltanto ciò che ha un significato utile e immediato, cioè pratico, per soddisfare i loro bisogni (analogamente alle piante ed agli animali) e, cosa che non è un bene, accetta passivamente tutto ciò che gli viene inculcato. “Non è un bene” diciamo, poiché trattandosi d’informazioni raccolte senza criterio, cioè senza il filtro di un normale discernimento razionale e neanche di quella preziosa consapevolezza che si acquisisce unicamente con l’esperienza, è da considerarsi come una appropriazione indebita: una passiva, negativa, inculturazione. Come lo è il dare credibilità alle dicerie ed alle opinioni infondate che girano per strada, alle menzogne mediatiche (le cosiddette fake news), nonché ai modelli consumistici che il Sistema ci propone tramite i potenti mezzi di dis-informazione e dis-educazione, con cui del resto si auto-garantisce il rating televisivo: partite di calcio a tutto spiano, film e serie TV dove sesso e violenza la fanno da protagonisti, ecc. Per non menzionare le “attrattive” devianti dei gruppi marginali (sette new age, chiesuole od altro).

No, la gente non sa perché fa un’arte marziale allo stesso modo in cui non sa perché vive. Vi sembra spropositato o esagerato il paragone, offensiva e presuntuosa l’asserzione? Pensate solo un po’ e poi mi risponderete: … sapreste dirmi come mai siete qui, in questo pianeta chiamato Terra, a respirare, ad alimentarvi, a riprodurvi ed un fatidico giorno a morire… come è legge che muoiano tutti i viventi? Sapreste dirmi Chi vi ha donato la vita o come mai esiste, c’è, la Vita in se stessa, la meraviglia del creato, la Natura? Sapreste dirmi come mai il contemplarla desta stupore in noi (oh…che bello!), che ci domandiamo “come mai la realtà, la vita?”; perché il domandarsi è già segno di un’ulteriore meraviglia: la comparsa della coscienza umana! Facoltà assente nel resto delle creature che hanno, sì, l’esistenza e \ o la vita, ma non una mente razionale capace di domandarsi “come mai viviamo”? Meraviglia pertinente ai soli umani, anche se, visto come vanno le cose, riservata solo per pochi, pochissimi umani. Almeno per ora.                                                                                                                                                                                                                                    
Mi spiego meglio.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         
In una civiltà globale di unità digitali e realtà virtuali, come quella che viene profilandosi, né gli zombi né i robot hanno la capacità di meravigliarsi. Ai primi lo stregone ha sottratto l’anima, agli ultimi l’ingegnere ha istallato un’anima finta: un programma (“patetico, mr. Anderson!”). Senza l’anima razionale che è propriamente umana non c’è possibilità per la nascita di un’anima cosciente, dove l’io spirituale – il vero sé – trova il suo grembo. È l’atto di coscienza che l’io fa scoppiare nell’anima razionale a generare meraviglia, sorpresa, folgorazioni e ghiribizzi. In una parola assai peculiare: poesia, ovverossia il prodotto della “creatività”. Allora l’anima razionale diventa “anima cosciente”.
No. La gente in genere (la massa d’individui che conta in virtù della “dea quantità”) non sa nulla del perché fa arti marziali allo stesso modo in cui non sa, se si vuol essere sinceri, come mai “è del Milan” o “della Lazio”, o perché si sposa, o per chi e perché votare alle elezioni o ai referendum. Purtroppo la maggior parte degli umani ricopre principalmente una funzione che è comune a tutti gli organismi viventi: mantenere con la loro esistenza lo scambio energetico della Natura. Nonché di quella pseudo-natura che è il nomos sociale, entità storica propriamente umana che si conviene chiamare “il Sistema”: la struttura sociale nelle sue varie assunzioni di forma, contenuto e funzione.                                                                                                                                                                             
In realtà tutti gli esseri umani, così come gli vediamo, producono combustione! Sì: energia di ricambio per madre Natura e carne da macello per le guerre del nomos. Per cui se vogliamo sottrarci non c’è altro che imboccare la Via del risveglio. Che è ciò che in “Matrix”, il film, Morpheus voleva far capire a Neo.

Il risveglio dal sogno della mente, ossia la liberazione dall’ignoranza. Innanzitutto di se stesso. Se ragioniamo un po’, l’essere umano vive nell’angoscia di non conoscere il sottofondo di quasi nulla, così come non sa, per dirne una, perchè fa arti marziali! Quindi, a proposito di “combustione”, figuriamoci se sarebbe in grado di sapere veramente perché respira e per quale motivo, benché lui non l’abbia chiesto, è costretto a farlo ... ed a tutto l’occorrente per vivere. Prego: non mi fate ridere… che tutt’altro c’è che non da ridere! Certamente, se qualcuno si sentisse dire che è un ignorante poiché non sa perché “campa” avrebbe tutto il diritto di offendersi, ma non preoccupatevi… c’è assai tanta ignoranza, che se qualcuno non in grado di comprendere ha osato intraprendere questa lettura sicuramente si sarà già fermato qualche paragrafo dietro… le parole strane, sconosciute, fungendo da griglia irretiscono la debole volontà di proseguire dei già pochi in vena di leggere… che del resto sono sempre di meno.                                                                                                                                                                                                                                                                                             

In certi casi, come ben diceva “l’amico” Cypher, il traditore di Matrix, “l’ignoranza è un bene”.  (Fine della prima parte)

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