Forma e pensiero

Forma e pensiero

Quello che accadde in quel luglio del 2005 durante il nostro stage estivo è simbolico e merita di essere ricordato.
Il nostro gruppo di praticanti di Tang Su Do era disposto in cerchio nel piazzale antistante alla struttura che ci ospitava, una Casa salesiana di soggiorno, intenti a praticare il Chi-kung mattutino prima della colazione. Tutt'attorno, sparpagliati in variopinti gruppetti, c'erano i ragazzini delle scuole medie in vacanza-colonia con i loro istitutori e professori.
Il vociare era tale, ma soprattutto così scomposto, da ostacolare la ricerca di concentrazione necessaria per la nostra pratica; dunque è stato necessario chiedere agli accompagnatori di poter ottenere un po' di silenzio.
Al Maestro è balzato alla mente il paragone tra i ragazzini e gli uccellini che ci giravano intorno e sulle cime degli alberi: apparentemente liberi, sì, e apparentemente più liberi di noi, che eravamo diligentemente disposti in cerchio eseguendo in silenzio i nostri esercizi. Ma la loro libertà era reale o solo apparente? Alla loro libertà, così come in quella degli uccellini, non mancava forse la coscienza, la consapevolezza ed il pensiero che possano garantire che la libertà sia vera libertà?, cioè: scelta autonoma, individuale, personale?
Gli uccellini erano, sì, liberi di volare da un albero ad un altro, ma questo non significava certo che fossero in possesso di una vera capacità di autodeterminazione: la loro "libertà" era dunque limitata e guidata dal loro istinto.
Allo stesso modo i ragazzini, inconsciamente, erano più liberi di noi solo in apparenza, in quanto prigionieri del conformismo consumistico per cui l'unica "libertà" possibile è quella  di soddisfare egoisticamente i propri appetiti ed i propri capricci, quindi consumare, senza porre attenzione né al senso delle proprie azioni né alle conseguenze di queste, per loro stessi e per gli altri.
Purtroppo nessuno stava lì a guidarli, né forniva loro degli strumenti necessari per costruire una vera libertà, cioè la capacità di poter decidere per se stessi e per la propria vita in modo indipendente; capacità a cui si deve educare (anche) attraverso la cultura della disciplina e del rispetto, per noi stessi e per il nostro prossimo.
La nostra apparente mancanza di libertà corrispondeva invece ad una Via, segnalava un senso nella direzione opposta all'inerzia del Sistema in cui viviamo, eravamo alla ricerca della nostra libertà individuale, una ricerca che non può prescindere dall'applicazione, dal lavoro sul corpo e dalla disciplina sulla mente.
"La forma chiama il pensiero, così come il corpo chiama lo spirito" questo disse il Maestro V. al termine di uno stage di Tang Su Do tenutosi a Reggio Emilia.
Formalità e creatività, kata e combattimento, sono i due presupposti fondamentali del nostro Tang Su Do.
Ma, affinché abbiano un senso, la struttura, la forma, la disciplina devono chiamare il pensiero, altrimenti un senso non possono avere: la recita dei ragazzini, meccanica e frettolosa, delle orazioni prima di consumare i pasti è un pallido riflesso di forma che ha ormai perso il suo contenuto, la sua ragion d'essere, il suo pensiero.
La società d'oggi è portatrice di abitudini che vanno nella stessa direzione: forme vuote che ci gratificano e apparentemente ci liberano, mentre in realtà ci rendono più vulnerabili, inconsapevolmente "felici", schiavi di un meccanismo che va contro la nostra stessa libertà individuale e contro la vita stessa.
Questo è ciò che il nostro Tang Su Do si prefigge di combattere; faticosamente, laboriosamente, a volte persino dolorosamente; fatto per cui taluni abbandonano la Via: è più facile abbandonarsi alla corrente piuttosto che tentare di risalirla come fanno i salmoni! Ma se il prezzo da pagare è alto, la ricompensa in termini di benessere, di salute fisica, mentale e spirituale è sicuramente molto, molto maggiore: questa sola considerazione  deve essere risposta e stimolo per chi ancora si chiede (o ci chiede) le ragioni e lo scopo della nostra arte marziale.

Tang Su!

SBN Carlo Borghi

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