"Neo, the Matrix has you" - Prima parte -

"Neo, the Matrix has you" - Prima parte -

Lettera del 2005, corretta e attualizzata in Ottobre 2016.

In questi ultimi tempi, la mia visione del mondo è abbastanza pessimistica. Ovunque vedo ignoranza, tanta ignoranza, penosa ignoranza, spaventosa ignoranza. Ignoranza…voluta? In genere la povera gente fa delle cose e non sa, alla fin fine, perché le fa. Così con le arti marziali… si fanno per mille ragioni, ciascuna valida occasionalmente al cultore di turno, in altre parole: al praticante comune, quello che fa il TSD perché ha la palestra sotto casa, o quello che fa il Kung fu perché ha visto Bruce Lee in TV, od ancora un altro che viene ad allenarsi perché vuole difendersi efficacemente dalla suocera, o perché il suo analista gli ha indicato che l’imparare a tirare calci e pugni come la Thai boxe lo aiuteranno a riscattarsi dal complesso da Rocky II, cosicché liberatosi dal trauma non si sveglierà più in mezzo alla notte gridando: “Adrianaaa, c’è l’ho fatta…ti amooo!” Così la maggior parte della gente; ciascuno avrà una giustificazione che segnalerà perentoriamente la banalità della sua motivazione e la pochezza del suo mondo. “Disgustoso, Mr. Anderson” direbbe Mr. Smith, il 007 digitale del film Matrix (1999). 

Ma non ci sarebbe d’allarmarsi se la maggioranza non sa perché frequenta una palestra od un corso d’arti marziali – che del resto è per loro la stessa cosa, ignoranti che il dojang è un tempio del corpo e dello spirito, e non una mera palestra! Figuriamoci scandalizzarsi perché dei genitori portano i loro bimbi “in palestra” e non sanno un’H di cosa verrà loro insegnato? Certo, non parliamo qui di programmi tecnici: di quel calcio “tirato così” o di “quella” leva al braccio, affermiamo che costoro non sanno nulla sui contenuti formativi né sulla finalità della nostra disciplina e, non avendone un’idea ben precisa dei fatti essenziali, non possono sapere perché realmente fanno o portano i loro figli a fare arti marziali, che del resto considerano “sport”! È da scandalo questo? È scandaloso che la gente non sappia, cioè che sia ignorante dello scopo reale delle arti marziali? ... ma va’?! Lo scandalo è tutt’altro ed è all’origine d’ogni fatto umano. Riguarda il problema della conoscenza.

La questione della conoscenza rimanda a quella della verità. Giacché si può conoscere il vero quanto si può conoscere l’apparente e confonderlo col vero, cadendo così in errore. Innanzitutto c’è da segnalare che ci sono diverse vie che portano alla conoscenza. Le più attinenti all’uomo ordinario sono la conoscenza sensibile (comune con le piante e gli animali) e quella razionale, inerente solo al genere umano.                                              

Con la prima distinguiamo la verità o falsità di qualcosa tramite l’esperienza sensibile; ad esempio: per sapere la differenza fra il fuoco fatuo e quello vero tocchiamo con mano (senso del tatto) o, altrimenti, esponiamo un foglio di carta sulla fiamma: se brucia lo costatiamo con l’odore e con la visione della combustione. Quello vero distrugge l’oggetto, quello fatuo no; questa è la conoscenza sensibile.

La conoscenza razionale, invece, si avvale originariamente di quella sensibile – o empirica – ma è propria della facoltà intellettiva e della sua struttura dinamica a cui si dà il nome di “logica”: l’arte e la scienza del pensiero in quanto pensato. Se le leggi della logica si pronunciano alla nostra ragione con un “no” significa che l’oggetto d’indagine, il presupposto da noi sottoposto a giudizio, è falso.  Come esempio di conoscenza razionale per antonomasia ci sono le scienze fisico – matematiche che condussero alla fissione dell’atomo (quindi all’energia atomica) ed alla scoperta d’alcuni pianeti sconosciuti del nostro sistema solare; merito esclusivo di pure elucubrazioni razionali sostenute da calcoli matematici. Tale fu il caso di Keplero che, con le sue teorie diventate poi leggi, ipotizzò l’esistenza di Plutone; con i soli calcoli razionali egli anticipò di qualche secolo l’avvistamento telescopico del pianeta, avvenuto nel 1930. Che non è altro lo scopo della scienza: oggettivare il conoscere sensibile con risposte razionali che permettano di fissare nella mente di tutti gli umani in grado di pensare le cause vere – i “perché” – che determinano i fenomeni naturali, per poterli dominare e ripeterli a volontà, anticipando nuove scoperte con la sola ragione (come fece Keplero) e poter inventare nuove tecnologie con cui rendere la vita più facile.

Non a caso gli scolastici definivano la verità come “adequatio intellectus ad rem”, cioè l’adeguamento (veritiero) della razionalità alle cose fisico-sensibili. Dunque per loro la verità delle cose del mondo si otteneva con il concorso delle due conoscenze: quella sensibile e quella razionale. La verità spirituale, per contro, apparteneva alla sola fede. Motivo per cui, possiamo dirlo, la Scolastica tradizionale segnalava la distinzione fra verità di fatto, verità di ragione e verità di fede; quindi la conoscenza del vero restava separata in tre ambiti che, sebbene intercomunicanti, non sempre raggiungevano l’identità, restando quindi incapaci di sfociare nell’unica Verità. Avete presente l’immagine di tre piccoli fiumiciattoli che confluendo in un solo grande fiume principale, vanno a finire nel mare? Bene, la similitudine rende il concetto chiaro: su ciascuno dei fiumiciattoli navigavano tre barche, l’una simboleggiando l’esperienza, l’altra la scienza e la terza la fede.

 Riassumendo, possiamo vedere che c’è un primo modo di conoscere, residuo perfezionato (o meglio: sintesi) dei regni vegetale e animale che sono in noi, e che chiameremo sensibile od “empirico” (cioè esperibile poiché si può apprendere solo tramite l’esperienza dei sensi). La conoscenza empirica ha sede in quella parte dell’anima umana che si conosce come “senziente”.

 C’è poi un secondo modo di approdare alla verità delle cose, eventi o persone. Questo modo è proprio della conoscenza intellettiva o razionale, chiamata anche conoscenza riflessa dal fatto che, dapprima, il pensiero riflette sulle nude percezioni che i sensi ricevono dagli oggetti fisici, rivestendoli con concetti e giudizi sintetici a posteriori; in seguito, il pensiero riflette ancora su gli stessi pensieri – che sono i concetti e i giudizi già accordati ai dati apportati dai sensi, colti cioè dall’esperienza fisico-sensibile – conformando i cosiddetti ragionamenti. I ragionamenti si staccano a poco a poco, nel loro svilupparsi, dalla conoscenza sensibile che gli è servita d’appoggio divenendo astrattezza mentale, discorsività ed argomentazione in cerca di giudizi e verità universali. Il pensiero riflesso è l’atto intrinseco per eccellenza dell’anima “razionale”, zona della psiche che esso condivide con rappresentazioni, emozioni, immaginazioni e ricordi. Il tutto conformante un miscuglio caotico che ha come referente un centro intellettivo, che seleziona (latino intelligere: da legere: “scegliere”, “raccogliere”) e che ragiona (latino ratio: “calcolo” che proviene dal verbo reri: “contare”), e dove Kant situava l’io empirico, che noi chiamiamo io riflesso o ego. L’intelletto è il centro di gravità della conoscenza dell’uomo attuale, l’uomo “sapiens”.

Possiamo congetturare un terzo stadio del conoscere per l’uomo futuro, “l’uomo nuovo: “Neo”, appunto.

La sua verifica del reale non si limiterà all’empiria del mondo fisico sensibile (o naturale) né all’ottusità della sua razionalità agnostica, spazierà invece nel sovrasensibile ed oltre: nel soprarazionale. Questa novella condizione umana accadrà quando una terza parte dell’anima, ora potenziale, germoglierà dal suo letargo: l’anima cosciente. Con essa compariranno gradualmente nuovi sensi, sottili facoltà animiche capaci di percepire i dati provenienti dai mondi sovrasensibili, come il ki (o prana) o le forme e i colori delle emozioni e dei pensieri. L’anima cosciente, sede dell’io vero, ritroverà inoltre l’agognata unità di fede, esperienza e ragione. Allora l’umano veramente saprà il perché d’ogni cosa, evento o persona. Saprà la Verità perché conoscerà il mondo delle essenze, il mondo Reale. Navigherà nel Mare aperto, mai più su fiumi separati (“inevitabile, Mr. Anderson”).

 Torniamo, però, al nostro argomento iniziale.  

Generalmente la gente non sa invero niente: né del senso né del significato profondo di nulla. Sa soltanto ciò che ha un significato utile e immediato, cioè pratico, per soddisfare i propri bisogni (similmente alle piante ed agli animali) e, cosa che non è un bene, accetta come vero tutto ciò che gli viene inculcato. “Non è un bene” diciamo, poiché trattandosi d’informazioni raccolte senza criterio, cioè senza il filtro del normale discernimento razionale e neanche di quella preziosa consapevolezza che si acquisisce unicamente con l’esperienza, è da considerarsi come una appropriazione indebita: una falsa, negativa, inculturazione. Come lo è ad esempio il dare credibilità alle dicerie ed alle opinioni infondate che circolano per strada. Last but not least, infine, la gente è persuasa, anche se fa ancora una qualche debole resistenza, dalle menzogne mediatiche: da tutto quello che il sistema consumistico gli propone tramite i potenti mezzi svianti di dis- informazione e dis-educazione.

No, la gente non sa perché fa un’arte marziale allo stesso modo in cui non sa perché vive!

Vi sembra spropositato od esagerato il paragone, offensiva e presuntuosa l’asserzione?  Pensate solo un po’ e poi mi risponderete: … sapreste dirmi come mai siete qui, in questo pianeta chiamato Terra, a respirare, ad alimentarvi, a riprodurvi ed un fatidico giorno a morire… come è legge che muoiano tutti i viventi?  Sapreste dirmi Chi vi ha donato la vita o come mai esiste, c’è, la Vita in se stessa, la meraviglia del creato: la Natura. Sapreste dirmi come mai il contemplarla desta meraviglia in noi, che ci domandiamo “come mai la realtà, la vita?”; perché il domandarsi è già segno di un’ulteriore meraviglia: la comparsa della coscienza umana! Facoltà assente nel resto delle creature esistenti che hanno, sì, l’esistenza e \ o la vita, ma non una mente razionale con cui si potrebbero domandare “come mai viviamo”? Meraviglia pertinente ai soli umani, anche se, visto come vanno le cose, riservata solo per pochi umani. Al meno per ora.

 Mi spiego meglio.                                                                                                                          

In una civiltà globale d’unità digitali e realtà virtuali, come la nostra, né gli zombi né i robot hanno la capacità di meravigliarsi. Ai primi lo stregone ha sottratto l’anima, agli ultimi l’ingegnere ha istallato un’anima finta: un programma (“patetico Mr. Anderson!”) Senza l’anima razionale (che è propriamente umana) non c’è possibilità per la nascita di un’anima cosciente, dove l’io spirituale – il vero sé – trova il suo grembo. È l’atto di coscienza che l’io fa scoppiare nell’anima a generare meraviglia, stupore, idee, sentimenti puri. In una parola singolare: creatività, cioè poesia.

No. La gente in genere (la massa d’individui che conta in virtù della “dea quantità”) non sa nulla del perché fa arti marziali nello stesso modo che non sa, se si vuol essere sinceri, come mai “è del Milan” o “è della Lazio”, o perché si sposa, o per chi e perché votare alle elezioni od ai referendum. La maggior parte degli umani sono organismi viventi, delle macchine biologiche, che mantengono con la loro esistenza la combustione e quindi lo scambio energetico della Natura, nonché di quella pseudo-natura che è il nomos sociale, entità storica propriamente umana che si conviene chiamare “il Sistema”: la struttura sociale nelle sue tante assunzioni di forma, di contenuto e di funzione. In realtà gli esseri umani, così come oggi gli conosciamo, sono energia di ricambio per madre Natura e carne da macello per le guerre del “nomos”! (questo glielo diceva già Morpheus a Neo nel film “Matrix”) L’essere umano in fondo non sa perché è tenuto a respirare e benché lui non l’abbia chiesto è costretto a farlo – ed a tutto l’occorrente – per vivere, quindi figuriamoci se è in grado di sapere veramente perché fa Tang Su Do! Prego: non mi fate ridere!... che tutt’altro c’è che non da ridere.

 Certamente, se qualcuno si sente dire che è un ignorante poiché non sa perché “campa” ha tutto il diritto d’offendersi, ma non preoccupatevi… c’è assai tanta ignoranza, che se qualcuno non in grado di comprendere ha osato intraprendere questa lettura sicuramente si sarà già fermato qualche paragrafo dietro… “last but not least”, “dea quantità”, “nomos” sono dei sintagmi ed etimi che fungendo da griglia avranno irretito la debole volontà di proseguire ai già pochi in vena di leggere… che del resto sono sempre di meno.

In certi casi, come ben diceva l’“amico” Cypher, il traditore di Matrix, “l’ignoranza è un bene”.

  (Fine della prima parte)

Share this Post: