千里の道も一歩から
[Senri no michi mo ippo kara]
Letteralmente: anche una strada di mille ri comincia da un passo. Anche un viaggio lungo mille miglia comincia con un passo*.
Anche il più lungo cammino inizia con un piccolo passo, recita l’antico proverbio. Per chi, come noi, pratica le Arti Marziali Orientali il cammino è identificato con il “Do”, la via al perfezionamento interiore: nello specifico il Bu-Do (武道, Mu Do in coreano), la Via Marziale.
Metaforicamente potremmo dire che il primo passo lungo il cammino del Tang Su Do consiste in un Hadan Maki (parata bassa). Chiedete a un Dan, a un Istruttore, a un Maestro quante volte hanno eseguito questo gesto … centinaia, migliaia, decine di migliaia? Eppure, per chi sa “sentire”, ogni ripetizione porta con sé il piacere di riattualizzare, di dare nuova vita e forma a un gesto antico, che travalica le generazioni così come le latitudini, che riscopriamo e salutiamo ogni volta come si farebbe con un vecchio amico.
Nell’esecuzione corretta di un gesto così semplice (la prima cosiddetta “tecnica” che si insegna al principiante) si mette già in atto gran parte dell’insegnamento tecnico del KaraTe (Tang Su) e, contestualmente, del suo significato più profondo: ricercando la precisione del gesto, controllando l’energia applicata, verificando la tensione e la distensione muscolare, applicando l’intenzionalità, sfruttando il tempismo, mettendoci la giusta grinta, regolando la respirazione, mantenendo l’equilibrio e così via ci si avvicina progressivamente all’ideale unione corpo/mente/spirito che sta alla base di tutte le forme di Bu-Do tradizionale.
È evidente come questo significhi abbracciare un paradigma completamente diverso da quello proposto dallo sport in generale e dagli sport di combattimento in particolare: senza questa consapevolezza la parata, così come qualunque altra tecnica, si riduce al mero gesto tecnico, atletico, mirato alla ricerca della performance fine a sé stessa.
Il Maestro ci ha lasciati lo scorso 4 febbraio, un anno fa: ma non ci ha lasciati soli! Sicuramente sono vivissimi in molti di noi i ricordi personali di tante ore passate insieme a discutere di Arti Marziali e non solo, a fare progetti, a scontrarsi con l’ottusità della burocrazia che ostacolava la nostra vita associativa: soprattutto a confrontarsi su come “risalire la corrente come i salmoni” per cercare nella tradizione le chiavi perdute.
Oggi la sua eredità risiede nelle nostre mani e in quelle dei nostri allievi, a cui un giorno passeremo il testimone. L’aver in parte contribuito a questa conoscenza, cosa di cui dobbiamo essere giustamente orgogliosi, non ci fa però dimenticare la delicatezza dei compiti che il Bu-Do ci ha assegnati: preservare l’insegnamento ricevuto e allo stesso tempo continuare lungo il percorso di ricerca.
Per concludere, credo che se dovessi scegliere il ponte ideale, metaforico, per rappresentare questo continuo scambio di conoscenze ed energie tra il vecchio e il nuovo, tra il Maestro e l’allievo, questo sarebbe proprio il Pavyi Cho Il Bu, il primo, che – guarda un po’! – ha inizio con una parata bassa.
Tang Su!
M° Carlo Borghi – Presidente Tang Su Do Hak Won
*la versione originale del proverbio si deve al filosofo cinese Laozi (o Lao Tzu) 老子, considerato il fondatore del Taoismo.